Ma davvero siamo ancora qui?

Qualche giorno fa mi è successa una cosa che mi ha fatto riflettere, seguita a stretto giro da un’altra situazione, quasi copia incolla, che ha imposto molta della mia attenzione.

In realtà, a pensarci bene, la cosa in sé non è nemmeno così particolare. Succede continuamente, ovunque. Qualcuno si sente ferito, qualcuno reagisce, qualcuno risponde male. Fine.

Eppure continuo a tornarci sopra, e continua a girarmi in testa la solita domanda: ma davvero siamo ancora qui?

Lo so che detta così sembra una frase arrogante, poi parliamo anche di questo…in realtà è una domanda che ahimè mi faccio davvero spesso.

Perché una delle credenze più diffuse che incontro nel mio lavoro è l’idea che lavorare su se stessi significhi non arrabbiarsi più, come se l’evoluzione personale fosse una sorta di anestesia.

Come se una persona consapevole dovesse essere sempre calma, sempre pacata, sempre centrata, sempre sorridente…e ogni volta che prova rabbia, automaticamente significa che “non ha lavorato abbastanza” su di sé.

Io questa cosa non l’ho mai capita! Anzi. Più vado avanti, più penso esattamente il contrario. Le emozioni, soprattutto quelle scomode, sono importantissime secondo me, se non addirittura vitali talvolta, ed eliminarle potrebbe risultare perfino dannoso!

L’autoregolazione comunque, per amor di chiarezza, non è non provare emozioni. L’autoregolazione è semplicemente non essere in balia di quelle emozioni.

Sono due cose completamente diverse.

Io posso essere molto arrabbiata. Molto. Posso sentire la rabbia attraversarmi in ogni cellula del corpo, posso essere profondamente contrariata da un comportamento, da una situazione o da un mio valore che sento violato …ma continuare a sapere qual è il punto. Continuare a vedere la questione con lucidità. Continuare a distinguere i fatti dalle interpretazioni. Continuare a scegliere le parole che voglio usare.

Per me la differenza è tutta lì. Non nella quantità di rabbia, ma nella “quantità di governo” che mantieni su te stessa/o mentre quella rabbia è presente.

Ecco perché quando osservo certe situazioni resto perplessa.

Perché vedo persone intelligenti, magari anche molto preparate, con percorsi di studio importanti alle spalle, che nel momento in cui vengono toccate nell’orgoglio, nella paura o nell’insicurezza reagiscono come reagirebbe un qualsiasi dodicenne impulsivo.

E attenzione: non sto dicendo che non dovrebbero, eh?!

Sto dicendo che spesso sembra esserci una distanza enorme tra ciò che sappiamo nella teoria e ciò che abbiamo realmente integrato. Una distanza che, a volte, come l’altra mattina, mi lascia sinceramente sbalordita.

Forse c’entra anche l’età, per l’amor del cielo…vent’anni di differenza tra due persone non sono cosa da poco. Sono pur sempre vent’anni di esperienze, errori, figuracce, delusioni, relazioni finite, convinzioni cambiate. Sarebbe assurdo pensare che non contino.

Però non credo che basti a spiegare tutto… ho conosciuto persone molto giovani capaci di profondità e consapevolezze impressionanti e persone molto più grandi che sembravano disorientate e in “totale balia della qualunque”.

E forse è proprio questo il punto che mi interessa, non chi ha ragione e chi torto…non chi è più bravo…anche perché sono concetti opinabili ed arbitrari senza alcun senso né valore…mi interessa capire che cosa succede quando una persona smette di vedersi e di mettersi in discussione.

Quando comincia ad identificarsi completamente con le proprie idee, con il proprio ruolo o con la propria immagine. O peggio ancora con i propri distintivi, come li chiamo io. Forse è lì che iniziano molti problemi.

Perché sapere non equivale ad integrare e trasformarsi… capire una cosa non equivale a sapersi padroneggiare nell’attraversarla.

Puoi leggere cento libri sulla rabbia e continuare ad essere governato dalla rabbia, puoi parlare di relazioni e continuare a distruggere le tue, puoi lavorare con le persone ed avere enormi zone cieche su te stesso…

E in fondo è normale. Siamo umani.

Tutti.

Nessuno escluso.

Forse quello che mi colpisce è che spesso il mondo sembra premiare molto di più la conoscenza che le reali abilità e l’integrazione. Sappiamo sempre più cose, ma non sono sicura che siamo diventati altrettanto bravi a stare con noi stessi, ad osservare le nostre reazioni e a riconoscere le nostre ferite… e soprattutto, a prenderci la responsabilità di ciò che facciamo quando veniamo toccati in un punto dolente.

Più osservo le persone, più mi accorgo che siamo tutti incredibilmente umani. Me compresa.

E forse è proprio questo che rende tutto così complicato.

Perché sarebbe molto più semplice dividere il mondo tra persone consapevoli e persone inconsapevoli. Tra chi ha fatto un lavoro su di sé e chi non l’ha fatto. Tra chi è interessato a capire qualcosa di sé e chi non lo è.

Invece la realtà è molto più un gran minestrone dove c’è di tutto un po’…e credo profondamente sia una delle ricchezze più grandi che possediamo.

C’è da dire tuttavia che, a volte, la consapevolezza viene scambiata per arroganza. Altro “temone” ….Mi è capitato diverse volte nella vita di incappare in questo equivoco: se sai chi sei, se non hai bisogno di sminuirti per mettere a proprio agio gli altri, se non chiedi continuamente conferme, se non chiedi il permesso agli altri per lo spazio che occupi, ci sarà sempre qualcuno che penserà che ti senti superiore. Pazienza. E pensare che invece io non ho mai vissuto questa cosa come superiorità… la vivo più come “familiarità con me stessa”. So quali sono i miei limiti, e ne ho parecchi…ma so altrettanto bene quali sono i miei punti di forza. So da dove vengo, so quali battaglie ho combattuto, so quali continuo a combattere e quelle che non intendo combattere più. E non vedo perché dovrei fingere di non saperlo. Anche questo fa parte del lavoro su se stessi.

Non diventare perfetti, né spiritualmente illuminati…ma progressivamente più autenticamente consapevoli. Più capaci di guardarci senza raccontarci troppe storie. Più capaci di riconoscere quando siamo noi a perdere il centro. E soprattutto, più capaci di tornare a noi stessi quando succede.

Sempre l’altra mattina, a seguito di una frase detta da una collega, mi sono accorta anche di un’altra cosa: forse una delle conseguenze più inaspettate del lavoro che ho fatto su me stessa negli ultimi anni è stata imparare a separare le persone dai loro comportamenti. Una distinzione che oggi mi sembra quasi ovvia ma che in passato mi riusciva molto meno spontanea. In effetti può sembrare una cosa semplice ora, ma nella realtà non lo è affatto, e si vede!

Da giovane in effetti facevo molta più fatica… se qualcuno mi deludeva, finivo per rimettere in discussione l’intera persona o al contrario, se volevo bene a qualcuno, tendevo a minimizzare comportamenti discutibili che in realtà vedevo benissimo. Perché quando qualcuno ci delude, ci ferisce o si comporta in un modo che non condividiamo, l’automatismo di come funzioniamo ci porta, anche in questo, a generalizzare e fare un pacchetto unico: comportamento, carattere, valore della persona e giudizio complessivo finiscono tutti nello stesso contenitore.

Proprio perché lo so, da qualche anno ci faccio davvero tanta attenzione e devo ammettere che mi accorgo sempre più spesso di riuscire a tenere molto presenti entrambe le cose.

Perché posso pensare che un comportamento sia immaturo senza pensare che la persona sia stupida o considerare una reazione sproporzionata senza concludere che chi ho davanti sia una cattiva persona…. posso non condividere il modo in cui qualcuno lavora, comunica o affronta la vita senza sentire il bisogno di diventare scortese, e via dicendo. E questo, non per buonismo o diplomazia, ma perché non vedo alcuna contraddizione tra queste cose. Anzi, mi permette di non ridurre una persona all’errore (o presunto tale) che ha commesso o al comportamento che in quel momento sta mostrando (e che io sto interpretando a modo mio…).

In altre parole, non significa ignorare ciò che vedo, né far finta che vada tutto bene, tantomeno significa concedere a chiunque un posto nella mia vita privata… sia ben chiaro….

Significa semplicemente riconoscere che gli esseri umani sono sempre più complessi delle loro reazioni peggiori e che io posso prendere le distanze da un comportamento senza dover necessariamente smettere di riconoscere il valore e l’umanità della persona che ho davanti.

E questa, per me, è una delle forme più concrete di libertà. Perché non mi obbliga a scegliere tra idealizzare qualcuno o demolirlo. Posso semplicemente vedere ciò che vedo, esprimerlo con lucidità, e continuare a riconoscere l’umanità della persona che ho davanti.

Alla fine credo che la domanda che continua ad accompagnarmi non riguardi tanto la mia collega e l’episodio dell’altro giorno. Riguarda tutti noi. Riguarda me. Riguarda il mondo che vedo ogni giorno.

Se perfino le persone che scelgono di lavorare e supportare gli altri esseri umani possono essere trascinate dalle proprie ferite non guarite, dalle proprie paure e dal proprio orgoglio, quanto deve essere difficile per chi ogni giorno sta semplicemente cercando di tenere insieme il lavoro, la famiglia, le responsabilità e la fatica di vivere?

Non ho una risposta.

Ho soltanto la sensazione sempre più forte che la chiave di tutto non sia diventare persone che non provano più emozioni intensamente scomodamente intense, ma persone che, quando quelle emozioni arrivano, riescono a non consegnar loro il timone.

E più passano gli anni, più mi sembra una differenza enorme.

2 risposte a “Ma davvero siamo ancora qui?”

  1. Buongiorno a tutti, ciao Monica.
    Devo dire che mi trovo assolutamente d’accordo con tutto ciò che hai detto. Comprendo ciò che provi e lo sento. E ciò che rende possibile questo, ora, è che mi sono ritrovato a farmi le stesse domande. E quello che può essere ricondotto ad una risposta è assolutamente sovrapponibile a ciò che hai appena condiviso con noi.
    Come tu ben sai, per me, la rabbia è stata una feroce ma necessaria e impagabile compagna di vita. Un’insegnante all’antica…di quelle con la verga in mano pronte a fartela assaggiare quando meno te l’aspetti, quasi con sottile sadismo. Ma non mi ha abbandonato, sai…sapete… Mi ha addestrato a domarla fino a scambiare i ruoli, tanto che ora riesco a cavalcarla come un’onda o un destriero imbizzarrito. E ciò non significa che non faccio più fatica, ma che riconosco la scena facendo tesoro di ciò che mi ha già fatto vedere e insegnato.
    Mi “incazzo” ancora? Sì. E mi sorprenderei se ciò non avvenisse più, ma è davvero cambiato il ‘panorama’ in cui accade tutto. Ora c’è un po’ più consapevolezza, riconoscenza e gratitudine, ingredienti necessari a rendere tutto più gestibile e ridimensionato.
    Detto questo…buona vita a tutti…
    …e grazie, Monica.

    Nic.

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    1. Grazie a te Nic di questo prezioso commento.. La consapevolezza è un viaggio scomodo e faticoso che dura tutta la vita….Come dicono a Venezia? Duri i banchi….. un abbraccio. Monica

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