L’altro giorno stavo tornando a casa a piedi.
Era da un po’ che non mi capitava di rientrare a quell’ora… l’ora di pranzo, forse un po’ più tardi. Le strade erano quasi vuote. E mentre camminavo facevo una delle cose che amo di più fare: ascoltare.
Non la musica. La vita.
D’estate tutto questo è più semplice da cogliere….ed ogni anno, almeno un volta ci faccio caso…
Il rumore delle stoviglie che vengono rimesse a posto dopo mangiato. Una finestra che si chiude. Una conversazione tranquilla in lontananza. I bambini che riesci quasi a vedere con la mente, piazzati davanti a dei cartoni.
E quel silenzio particolare che arriva dopo pranzo.
Che non è l’assenza di rumore. È la presenza di un ritmo. Un ritmo ormai non più familiare. Un ritmo umano. Biologico. Antico. In parte dimenticato…e lo cogli quasi come se per un attimo ti ricordassi che siamo organismi viventi e non macchine produttive.
Nell’aria c’era il profumo del cibo. Il caldo. Un accenno di salsedine.
E baam.
In un secondo ero una bambina. Quarantacinque anni fa.
Campeggio. Bicicletta. Ginocchia sbucciate. Libertà.
Quell’odore inconfondibile di vacanza che non è fatto di una cosa sola.
È fatto di sole sulla pelle, crema abbronzante, panni stesi, pini marittimi, pranzi lenti… acqua salata e piscina….E infinite possibilità.
Mi sono ritrovata lì.
Non a ricordare. A vivere.
Per qualche secondo non c’era differenza: la bambina e l’adulta erano la stessa persona. Stesso stupore. Stessa emozione. Stessa capacità di sentire.
La cosa buffa è che per qualche secondo mi sono sentita dentro uno di quei film che guardavamo da ragazzi. Quelli in cui succede qualcosa di misterioso e all’improvviso l’adulto si ritrova bambino. O il bambino si risveglia nel corpo di un adulto.
Solo che nei film c’è sempre una macchina strana, una pozione magica, una strega, uno scienziato un po’ svitato o almeno una colonna sonora che ti fa capire che sta per succedere qualcosa di straordinario…
A me è bastato l’odore di un pranzo estivo. Nessun effetto speciale, nessuna macchina del tempo..solo il mio cervello che ha deciso, senza minimamente consultarmi, di aprire un cassetto rimasto pressocchè chiuso per anni.
E la cosa più sorprendente è che non sono solo tornata bambina. Ero entrambe: ero la bambina che girava in bicicletta tra le roulotte del campeggio e l’adulta che stava attraversando la strada con le chiavi di casa in mano.
Contemporaneamente.
Che a pensarci bene è una magia molto più interessante di quelle dei film…
E mentre sorridevo mi è venuto da pensare ad una cosa: forse non è vero che perdiamo parti di noi crescendo. Forse smettiamo semplicemente di “frequentarle”.
Perché quella bambina non è mai sparita, è sempre stata lì. Solo che negli ultimi decenni sono stata molto impegnata a fare… l’adulta.
E qui arriva una riflessione che forse non farà piacere a tutti….Ci hanno raccontato che maturare significa diventare seri, responsabili, efficienti (e qui mi verrebbe una battuta che vi risparmio…), performanti, sempre pronti, sempre sul pezzo, sempre un passo avanti….(così, tanto per sentirci in realtà sempre un passo indietro….!)
Ma nessuno ci ha spiegato che a forza di vivere nel prossimo appuntamento, nella prossima scadenza e nel prossimo problema da risolvere, rischiamo di perdere totalmente contatto con ciò che sta accadendo adesso. E allora non sentiamo più gli odori. Non sentiamo più il vento. Non sentiamo più il corpo. Non sentiamo più noi.
E attenzione, questo non è un problema “poetico”, è un problema di presenza e di autoregolazione.
Perché un sistema nervoso costantemente impegnato a controllare, prevedere e gestire non ha molte risorse disponibili per percepire.
E quando smettiamo di percepire, il mondo diventa più piccolo. Più piatto. Più grigio. Più opprimente.
Molte persone pensano di aver perso la capacità di emozionarsi, io credo che spesso siano soltanto troppo occupate per accorgersi di ciò che stanno sentendo, troppo “allenate alla prestazione”, troppo poco allenate alla presenza.
E così passano le giornate aspettando un evento straordinario che le faccia sentire vive…quando magari basterebbe che riuscissero a cogliere un odore, una luce, una canzone, il rumore delle stoviglie dopo pranzo per ricordarsi che sono già vive. E nessuno è immune sapete? Ci sono cascata anch’io, soprattutto negli ultimi mesi….per mille ragioni… ma questo episodio dell’altro giorno mi ha fatto da promemoria…ed ora lo condivido anche con voi, nella speranza riusciate ad usare questa cosa come ispirazione ed aiutarvi ad uscire dal pilota automatico ogni tanto e riprendere fiato da questa vita in apnea a cui ci costringiamo.
I ricordi, in fondo, sono luoghi gratuiti, non serve prenotare. Non serve chiedere il permesso. Sono lì. Aspettano.
E forse il loro compito non è quello di riportarci nel passato… Forse il loro compito è ricordarci chi siamo stati prima di diventare tutto quello che abbiamo creduto di dover essere.
E ogni tanto fa bene tornarci, non per nostalgia, quanto per riconoscerci.
So bene che non per tutti il passato è un posto in cui viene voglia di tornare. A volte custodisce ferite più che ricordi felici. Ma anche lì, in mezzo a tutto quello che è stato, esiste comunque una parte di noi che è riuscita a restare viva. Ed è quella che secondo me, vale la pena ritrovare e raggiungere.
Come ben sa chiunque mi conosca, negli ultimi anni in modo particolare, come naturale conseguenza dei miei percorsi professionali e di vita, la mia parte bambina – o, come la definirebbe qualcuno, la mia bambina interiore – è diventata sempre più libera e presente in ogni ambito del mio quotidiano.
E se posso azzardare una condivisione molto personale, credo che, a dispetto di ciò che pensano alcuni seriosi – quelli molto impegnati ad interpretare il loro personaggio adulto e maturo – sia proprio a lei che devo il fatto di essere ancora qui oggi. E lo dico con una profonda gratitudine. Perché, diciamocelo, non sempre stare su questa terra è esattamente facile né entusiasmante, eppure lei, in qualche modo, ha sempre trovato una buona ragione per restare.
Anzi, in realtà, è stata proprio lei a salvarmi la vita non più di qualche mese fa.
Quel sabato sera come tanti, qualcosa dentro di me continuava a suggerirmi che c’era qualcosa che non andava. Non avevo sintomi particolarmente evidenti, non avevo un dolore tale da giustificare l’urgenza. Eppure quella sensazione non se ne andava. Era qualcosa di sottile, difficile da spiegare. Più simile ad una percezione che ad un sintomo.
Un adulto “vero”, uno di quelli di cui parlavo poco fa, avrebbe probabilmente ignorato quella sensazione, convincendosi che fosse solo stanchezza, suggestione o una preoccupazione immotivata.
Lei no.
Lei ha continuato a tirarmi per la manica fino a convincermi ad andare in pronto soccorso. E vi garantisco ce ne vuole visto che ci lavoravo!
Beh, quella sera sono stata ricoverata e poco dopo operata d’urgenza.
Ed io so soltanto che se non l’avessi ascoltata, probabilmente non mi sarei accorta in tempo di essere davvero in pericolo.
Ed è anche per questo che, quando incontro qualcuno talmente impegnato ad interpretare il proprio “personaggio adulto” da risultare quasi prigioniero della parte, sorrido e poi, in privato, me la rido con lei…
Perché ormai entrambe sappiamo quanto possa essere faticoso prendersi così terribilmente sul serio. Ma non posso non ammettere, che ci ho messo anch’io molto tempo ad uscire da quel paradigma mentale e capirlo…
A volte penso a quanto probabilmente il tempo sia, in fondo, una convenzione inventata dall’uomo, forse in balia del suo bisogno di controllo…un po’ per cercare di mettere ordine in qualcosa che altrimenti faticherebbe a “gestire”, travolto dalla frenesia di una produttività esasperata.
E nel perdermi in queste riflessioni, arrivo sempre alla stessa conclusione: la parte migliore e più autentica di noi non è, come spesso pensiamo, nascosta in un qualche futuro che deve ancora arrivare… per me se ne sta invece, beatamente e placidamente seduta in tutta tranquillità da qualche parte nel nostro passato, ad aspettare che rallentiamo abbastanza da poterla sentire di nuovo…. e magari sederle accanto, con tutto ciò che siamo oggi, a farci due chiacchere…


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