Reagire o rispondere: la differenza che cambia la vita (e il lavoro)

C’è una distinzione sottile, ma decisiva, che attraversa ogni ambito della nostra vita:
la differenza tra reagire e rispondere.

Spesso le usiamo come sinonimi.
In realtà non lo sono affatto.

Reagire è automatico.
Rispondere è una competenza.

Ed è proprio in questa differenza che si gioca gran parte della sofferenza (o della libertà) che sperimentiamo ogni giorno.

Perché non è ciò che accade a creare sofferenza.
È il modo in cui il nostro sistema nervoso reagisce a ciò che accade.

Questa è una delle verità più semplici e, allo stesso tempo, più scomode da accettare.
Perché sposta il focus dall’esterno all’interno.
Dagli eventi… al nostro funzionamento. Dal “è colpa di….” a “mi assumo la responsabilità di…”

Una differenza che cambia il modo in cui viviamo, lavoriamo, comunichiamo, prendiamo decisioni.
E spesso anche il modo in cui stiamo con noi stessi.

Nel mio lavoro e nella vita in generale, incontro persone molto competenti, estremamente intelligenti, preparate.
Professionisti stimati, genitori attenti, individui consapevoli.

Eppure, molti di loro (troppi per i miei gusti) vivono costantemente in modalità reattiva:
stress cronico, ipercontrollo, sovraccarico, rigidità, autosvalutazione, fatica relazionale.

Non perché “non sappiano abbastanza”.
Ma perché nessuno ha mai insegnato loro ad autoregolarsi.

Per questo ora voglio parlare della Reazione: ovvero quando il sistema prende il comando.

La reazione è una risposta automatica a ciò che accade.
Nasce dal sistema nervoso, non da una scelta.

È rapida, istintiva, spesso sproporzionata. (Come l’amica di una vita che con piú di mezzo secolo sul groppone ti toglie l’amicizia sui social perché offesa per non si sa bene perché 😅)
Diciamo che la reazione si attiva quando il corpo percepisce una minaccia — reale o simbolica — mettendo in campo strategie di sopravvivenza:

  • attacco
  • fuga
  • congelamento
  • ipercontrollo
  • compiacenza

Non è “sbagliata”.
È biologica.

Nasce da circuiti antichi del sistema nervoso, costruiti per proteggerci dal pericolo.
Il problema è che oggi quei circuiti si attivano anche quando il pericolo non c’è, ma noi, viviamo comunque pressoché costantemente in “modalità reazione”, e finiamo per confondere contesti complessi, scomodi o emotivamente intensi, con una minaccia reale alla nostra sopravvivenza.

In quel caso, è chiaro che non stiamo più scegliendo.
Stiamo ripetendo.

Faccio degli esempi banali di cose che ci fanno saltare come se ci fosse una tigre davanti al nostro naso?

La mail di una bolletta non pagata.
Una critica che ci fa sentire inadeguati.
Un silenzio.
Una richiesta in più sul lavoro.
Un imprevisto che ci mette in difficoltà.

Vado avanti o si è capito?

Se ci fate caso, ogni volta il corpo reagisce come se fosse in una situazione di emergenza.
E noi agiamo di conseguenza:

  • alziamo le difese
  • entriamo in ipercontrollo o evitamento
  • ci irrigidiamo o ci disperdiamo
  • ci autosvalutiamo o ci giustifichiamo
  • viviamo ancora di più in modalità emergenza continua

E spesso lo facciamo anche quando, razionalmente, sappiamo benissimo “cosa sarebbe meglio fare”. Eppure, lasciamo che l’automatismo della reazione consumi energia, restringa il campo di scelta, ci faccia dire o fare cose che poi non riconosciamo nemmeno come “nostre”, crei conflitti, chiusure, dipendenza e ultima ma non ultima, stanchezza profonda.

Sul momento, concordo con voi, questo meccanismo automatico può dare una falsa sensazione di controllo nonché di abituale, familiare e rassicurante dinamica.
Ma nel tempo lascia più svuotati, più rigidi, più lontani da noi stessi.

Rispondere in modo intenzionale e consapevole invece è una competenza, non un istinto. Non un automatismo.

E come tutte le competenze: si apprende, si allena, si educa.

Rispondere non significa reprimere l’emozione.
Non significa “stare buoni”, spiritualizzare o razionalizzare tutto. Non significa nemmeno “controllarsi” o “gestire”.

Significa creare uno spazio tra stimolo ed azione (reazione). Uno spazio sufficiente per restare presenti, leggere ciò che accade dentro, e scegliere come agire in modo intenzionale, deliberato, consapevole.

In sintesi, significa avere sufficiente regolazione interna da non essere agiti dall’emozione.

Quando una persona impara a rispondere invece che reagire:

  • sente ciò che accade
  • riconosce l’attivazione
  • aumenta la lucidità
  • mantiene presenza
  • la comunicazione con gli altri è più chiara (perché c’è più chiarezza interna)
  • sceglie come agire perché le decisioni sono meno impulsive
  • lo stress smette di governare tutto
  • l’energia non viene dispersa in conflitti inutili

Non perché è “più evoluta”, ma perché il suo sistema nervoso è allenato ed in grado di reggere.

In sintesi, come dico sempre, ha imparato a “padroneggiare il suo veicolo”.

Questo vale nella vita personale.
Ma vale in modo potentissimo anche nel lavoro, nelle relazioni professionali, nei contesti organizzativi.

Autoregolazione emotiva: ridurre la sofferenza evitabile

Educare all’autoregolazione emotiva non significa promettere una vita senza difficoltà o “sentirsi sempre bene”.

Significa funzionare meglio.
E significa anche ridurre la sofferenza evitabile.

Parlo di quella che nasce:

  • dal vivere sempre in emergenza
  • dal non avere strumenti per stare anche nel disagio
  • dal confondere l’intensità emozionale percepita con la verità oggettiva
  • reazioni automatiche non riconosciute
  • sovraccarico emotivo non padroneggiato
  • confini non chiari
  • comunicazioni reattive

E quando una persona impara a regolarsi invece:

  • aumenta la lucidità
  • migliora la qualità delle decisioni
  • cambia il modo di comunicare
  • si riduce l’usura emotiva
  • cresce l’autonomia

Significa smettere di vivere costantemente in emergenza interna, in ogni ambito e contesto della nostra vita.

Per questo dico che l’autoregolazione emotiva è parte della cura. Anche fuori dai contesti sanitari.

Funzionare meglio, non solo sentirsi meglio

C’è una grande confusione, oggi, tra benessere (parola troppo spesso impropriamente stra – utilizzata) e funzionamento.

Sentirsi meglio è importante.
Ma non basta.

La vera evoluzione non è solo stare meglio quando va tutto bene.
È funzionare meglio quando è difficile.

Quando c’è pressione.
Quando c’è conflitto.
Quando c’è incertezza.
Quando c’è limite.

E attenzione: non è psicoterapia. È educazione.

È importante e ci tengo a dirlo con chiarezza.

Educare all’autoregolazione emotiva non è trattamento clinico della psiche.
Non è diagnosi.

È educazione alla presenza, alla responsabilità, alla capacità di stare.

È accompagnare la persona a comprendere il proprio funzionamento, a riconoscere i propri automatismi e a sviluppare risposte più funzionali, più libere, più coerenti e soprattutto, intenzionali e non reattive.

È allenare ad una competenza trasversale.
Fondamentale nei contesti di cura, di lavoro, di leadership, di relazione.

Educare alla risposta consapevole significa rendere le persone più stabili, più affidabili, più presenti. Più libere.
Non dipendenti da chi le “regola” dall’esterno.

Ed è qui che la relazione d’aiuto diventa etica.

Il cuore del mio lavoro

Oggi il cuore del mio lavoro è questo:
accompagnare persone, gruppi ed organizzazioni a passare dalla reazione automatica alla risposta consapevole.

Attraverso percorsi educativi, individuali e di gruppo.
Attraverso interventi formativi e docenze nei contesti professionali.

Attraverso un lavoro che integra corpo, emozioni, comunicazione e presenza.

Non per aggiustare “persone rotte”.
Ma per aiutarle a funzionare meglio, con più autonomia, più consapevolezza e meno dispersione.

Perché una persona che sa regolarsi:

  • non vive costantemente in difesa
  • non scarica sugli altri
  • non ha bisogno di dipendere da qualcosa o qualcuno
  • non perde sé stessa quando è sotto pressione

E questo, oggi, a mio parere è un atto profondamente necessario.

Una domanda per chi legge:

In quale ambito della tua vita o del tuo lavoro senti che oggi reagisci più spesso invece di scegliere?

Non per giudicarti.
Ma per iniziare a vedere.

Perché tutto ciò che può essere visto, può anche essere educato.

E lì, davvero, tutto cambia.

Sempre con amore

Monica

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