C’è una frase che gira ormai da anni: “Siamo la media delle cinque persone che frequentiamo di più.”
Tutti a ripeterla quasi fosse un mantra illuminante che basta ripetere per capire.
Ma vi siete mai chiesti seriamente chi sono per voi queste cinque persone?
E soprattutto: le avete scelte o ve le siete ritrovate addosso come i maglioni infeltriti che continuano a stare nell’armadio “perché boh, semplicemente ci sono sempre stati”?
La verità, piuttosto imbarazzante da ammettere, è che spesso ci teniamo accanto le persone che “capitano”, come se gli affetti fossero mobili rimasti lì dalla vita precedente.
E, come se non bastasse, viviamo convinti che voler bene a qualcuno equivalga automaticamente a farlo entrare nel nostro quotidiano, nel nostro spazio psichico, nel nostro ecosistema emotivo…Come se l’affetto fosse un biglietto permanente per il backstage della nostra psiche.
Ma dove sta scritto?!
Se ci metti del tuo, magari cresci, osservi, senti, in qualche caso studi anche… e alla fine, tuo malgrado, forse comprendi.
Comprendi che amare non basta, soprattutto quando hai un sistema nervoso che registra dettagli come un sismografo e un’amigdala che, se ti riempi la vita di persone con certi funzionamenti, rischi che ti venga a bussare alla porta dicendo: “Ehi, scusa, ma fai sul serio?! …”
Alla fine, realizzi che ahimè no: voler bene non basta, né mai basterà.
Perché se ti circondi di chi funziona a colpi di lamentele, passività cronica, ansia che trabocca o vittimismo da tragedia greca, non importa quanto li ami: quell’energia te la mangi. Sempre e comunque.
E non perché sei fragile o inadeguato, semplicemente perché sei, come tutti, permeabile.
E la permeabilità, quando non la proteggi tu per primo, se non implode, quantomeno distorce.
Ti piega agli stati emotivi degli altri.
E finisci per sentire ciò che non è tuo.
Perché il corpo parla in silenzio, ma è davvero esplicito….e le relazioni, mi dispiace per i più sentimentali …che ci piaccia o no, sono neurochimica più che la nostra romantica “narrazione interna”…
La coerenza cardiaca, quella che insegno e pratico, lo mostra benissimo: il cuore percepisce le incoerenze dell’ambiente ben prima della mente. (Motivo per cui non guardo più telegiornali né tv).
Il sistema nervoso non mente mai.
Noi sì, fin troppo.
Il mito delle “brave persone”
Ad infarcire, come se ce ne fosse bisogno, tutte le credenze che supportano questa “stagnazione socialmente giustificata”, negli ultimi tempi ho verificato sulla mia pelle anche un’altra cosa: quelle che chiamiamo “brave persone”… non si espongono per davvero praticamente mai.
C’è chi parla di valori, di etica, di giustizia.
Poi, quando succede qualcosa di scomodo, quando sarebbe ora di alzare la testa o almeno usare la voce, niente: si rintanano nella loro zona di comfort (che però è più un bunker emotivo travestito da buon senso) mentre ovviamente, si riempiono la bocca di nobili e sagge considerazioni.
In sintesi, finché qualcosa non tocca direttamente le loro chiappe, tutto resta mera teoria.
E badate bene: non parlo per sentito dire.
Lo dico perché la vita, a volte, consegna lezioni in “carne viva” ed io, non ho esenzioni …
L’aggressione: la rivelazione che mi serviva
Poco più di un mese fa ho subito un’aggressione.
Un evento surreale e per fortuna senza nessun danno fisico, ma che mi ha consegnato una chiarezza chirurgica su tantissime cose, persone, situazioni.
La parte più aspra non è stato l’evento in sé, né tutto ciò ad esso correlato: è stato il “silenzio”.
Perché il silenzio, quando arriva da chi per ruolo personale o professionale (o anche per legge) dovrebbe esserci, fa più male di tutto il resto. Perché capisci in che mondo lascerai i tuoi figli….
E poi, sempre per continuare a parlare di silenzi….c’è Il silenzio di chi “diceva” di esserci.
Il silenzio di chi si dichiara con tutti sempre solidale, empatico, buono, paladino della giustizia…
Ma che, evidentemente, è solido nei suoi principi solo finché non serve esserlo per davvero.
E’ stato così evidente ed inequivocabile da apparirmi più surreale di tutto il resto: chi si è esposto, chi ha fatto finta di niente, chi ne ha parlato con chiunque (anche e soprattutto persone a me sconosciute, come se fosse semplice argomento da pausa caffè) e chi si è letteralmente nascosto preferendo farsi piccolo sperando di non essere interpellato.
Imbarazzante.
Quest’esperienza mi ha aperto seriamente gli occhi, su me stessa e sul mio entourage (personale e professionale) più di mille libri di psicologia.
Perché niente mostra i contorni veri delle persone quanto una situazione scomoda: o ci sono, o svaniscono. In ogni caso, SI RIVELANO.
Fare due passi indietro per vedere davvero
Mi sono resa conto ancora una volta, che spesso, per capire realmente la relazione che hai con una situazione o con qualcuno, devi “allontanarti”.
Lo spiego sempre facendo lo stesso esempio:
se osservi un quadro con il naso appiccicato alla tela, vedi solo chiazze di colore, dettagli confusi, tratti incomprensibili.
Ma se fai due passi indietro, appare il disegno.
Le forme si chiariscono.
Il dipinto prende forma.
Il senso dell’insieme emerge.
La verità si rivela.
Nelle relazioni, per me vale lo stesso:
vedi chi ti sostiene e chi ti drena, chi ti parla con rispetto reale e chi ti usa come contenitore dei rifiuti emotivi, chi “ti ama davvero” e chi ti ama “a modo suo”, che è giusto e legittimo ovviamente, fintanto che quel modo… non ti sregola il sistema limbico più di un film horror.
Rimaniamo troppo vicini ad amici, partner, conoscenti, professioni e lavori per mille ragioni. Quasi sempre quelle sbagliate…
Lo facciamo tendenzialmente per abitudine, per nostalgia, per paura, per senso del dovere, per affetto mal gestito o per chissà quale altra cazzata che ci raccontiamo per supportare la nostra vigliacca versione della storia…. ah questa benedetta “narrativa interna” ci complica davvero la vita eh?!…..
Eh già… perché ci spinge a non accorgerci che quella vicinanza ci impedisce di vedere la verità.
Per vedere davvero, serve distanza.
Serve luce.
Serve coraggio.
E in ogni caso la distanza in realtà, paradossalmente, non allontana mai davvero: semplicemente definisce.
D’altronde è solo una faccenda chimica eh? Perché è facendo un passo indietro che la corteccia prefrontale riprende il comando e smette di farsi sabotare dagli allarmi impazziti dell’amigdala.
Ed è lì, dalla scelta di una maggiore “silenziosa distanza”, che oltre a chiarirmi in modo decisamente provvidenziale alcune relazioni/situazioni, ho avuto una vera e propria rivelazione dal valore inestimabile: ho potuto osservare il mio funzionamento neurologico (divergente) da una prospettiva inedita.
Soprattutto, sono riuscita a riconoscere un meccanismo psicologico che ho sempre trovato estremamente affascinante, tanto da portarlo come argomento preferito all’esame di Psicologia Dinamica all’università: l’identificazione proiettiva.
In questa mia esperienza di aggressione, ho visto emergere sfumature che nei libri non possono raccontare…
Certo parlano di quella dinamica sotterranea in cui tu senti emozioni, vissuti e reazioni che non sono tuoi perché nascono dalla psiche di chi hai davanti, e che il tuo sistema, assorbe come se fosse farina lanciata nell’aria. Ma viverlo in questa circostanza molto più che in altre, è stato decisamente illuminante! Come PAS (Persona Altamente Sensibile) avrei dovuto capirlo subito che ero dentro a questo meccanismo, ma evidentemente ero talmente travolta dall’intensità delle emozioni e dagli eventi da non riuscire a “vedere con lucidità”. Finché finalmente, una sera e per pura intuizione mentre parlavo con i miei genitori, ho riconosciuto questo meccanismo, ed ho smesso istantaneamente di provare la morsa che mi spezzava fino all’istante precedente.
Per chi non ne avesse mai sentito parlare cerco di spiegare questa meraviglia del nostro funzionamento psichico (parlo di meraviglia per ciò che sottende ed implica e ritengo sia importante diffondere questa conoscenza perché riguarda tutti, non solo le persone con neuro divergenze):
L’identificazione proiettiva è un meccanismo psicologico complesso, ma molto più frequente di quanto si possa immaginare.
Inizia quando una persona, in modo del tutto inconsapevole, proietta sull’altro parti di sé: emozioni, impulsi, paure, tratti o vissuti che non riesce a riconoscere e/o a tollerare dentro di sé.
Questa proiezione non rimane solo sul piano mentale.
È interattiva e bidirezionale.
Significa che l’altra persona, quella che riceve la proiezione, si ritrova a sentire, incarnare e manifestare proprio quelle emozioni.
Come se fossero sue.
Come se le avesse generate spontaneamente.
Ed è proprio questo che rende il fenomeno così potente: ti ritrovi a vivere stati emotivi che non ti appartengono davvero, ma che derivano dal mondo interno (e quasi sempre inconsapevole) di chi hai davanti (che ovviamente nega sia “roba sua” perché non è consapevole di quelle parti di sé).
Il confine tra “ciò che è tuo” e “ciò che arriva dall’altro” si fa sfocato e tu sei ormai dentro al caos più totale.
L’identificazione proiettiva si presenta più facilmente in relazioni affettive strette, perché l’intensità emotiva aumenta la permeabilità psicologica.
Accade tra partner, amici molto legati, familiari… ovunque ci sia un legame affettivo profondo che permette alle emozioni di circolare senza filtri.
Ma può emergere, come in quest’ultimo mio caso, in forme ancora più “violente”, anche in situazioni di aggressione, abuso o forte minaccia.
In questi casi, la persona che agisce l’abuso può “depositare” nell’altro la propria paura, rabbia o caos interno, che il soggetto colpito finisce per assorbire e vivere come propri.
È un processo documentato nella psicotraumatologia: in condizioni di shock o pericolo, la mente può introiettare frammenti emotivi dell’aggressore, confondendo ulteriormente l’origine delle sensazioni.
Il risultato è una dinamica intensa, disorientante e spesso piuttosto dolorosa per il ricevente, in cui diventa difficile distinguere l’origine delle emozioni e reagire in modo lucido.
La confusione non è un segno di debolezza, ovviamente: è una conseguenza naturale di un meccanismo psicologico estremamente potente.
Quell’episodio, quando sono riuscita a fatica a “lavorarci”, mi ha permesso di riconoscere cosa era “mio” e cosa mi era stato proiettato addosso. In questo caso specifico peraltro, l’aggressore era una persona con documentati ed importanti disturbi psichiatrici, in presunta terapia farmacologica.
E, credetemi, quando quel mondo lo vedi da dentro, è proprio un’altra faccenda.
La tua neurologia diventa un laboratorio vivente.
E tu capisci cose degli altri che prima potevi solo intuire.
Perché forse per la prima volta in modo così chiaro, ho visto davvero l’ingranaggio dell’’identificazione proiettiva in azione con un individuo davvero molto complesso e diverso da me: non come concetto da pagina 82 del manuale, ma come reale invasione neurologica, una specie di “eco emotiva” che ti attraversa e ti travolge.
Non stavo “sentendo come l’altro” come mi succede di solito.
Stavo sentendo al posto dell’altro.
Il mio corpo reagiva ad una chimica che non era mia:
la sua paura, la sua rabbia, il suo caos… (e vi garantisco che parlo di proporzioni, sfumature ed intensità per me sconosciute fino a quel momento) tutto rilanciato dentro di me all’ennesima potenza…come uno tsunami che si è incorporato istantaneamente.
E, in questa logica, solo dopo, e con molta calma, ho potuto elaborare un’altra verità, per me la più dolorosa di tutte:
la persona che mi ha aggredita è stata l’unica davvero coerente di tutta la vicenda.
Coerente e, in un certo senso, perfino prevedibile.
Perché è stata semplicemente se stessa:
in balia dei suoi disturbi, certo, ma limpida nella sua disfunzione, senza maschere e senza quella “falsa umanità” con cui altri cosiddetti “normali”, hanno cercato di nascondersi.
Paradossalmente, lui — proprio lui — è stato l’unico trasparente.
Non ha mai finto di essere altro.
Non ha travestito il suo disordine.
È rimasto integro… persino nella sua follia dichiarata.
Una coerenza grezza, sì.
Ma reale.
Quella di chi non mente sulla propria ombra né tenta di profumarla per sembrare migliore.
Ed ecco che arriviamo alla famosa scelta che nessuno ci ha insegnato a fare
La domanda, a mio parere, non è “Chi amo?”
Perché per amare… possiamo amarne tante di persone.
La domanda che dovremmo porci è “Chi può stare nel mio spazio senza distruggerlo? Senza sabotare la mia salute emotiva, la mia biochimica e la mia coerenza interna?”
Essere buoni non significa essere adatti.
Essere affettuosi non significa essere nutrienti.
Essere “brave persone” non significa saperci essere in modo funzionale quando serve.
Serve la giusta combinazione.
Serve la giusta dose di “sostanza”.
Serve compatibilità biochimica.
Serve sinergia e proattività reciproca.
Scegliere le persone che ci circondano non è egoismo:
è igiene emotiva.
E per chi sente tutto dieci volte di più poi, diventa letteralmente sopravvivenza.
Dobbiamo ricordarcelo!
Dobbiamo ricordarcelo che ogni relazione è, a tutti gli effetti, un laboratorio biochimico: o ti regola, o è nullo, o ti sregola.
Non viaggio con la valigetta del Verbo, sia chiaro….come sempre, qui condivido la mia prospettiva e per come sono arrivata a concludere….Sì, credo davvero che siamo la media delle cinque persone che frequentiamo di più.
L’osservazione (che è anche provocazione) che vi faccio a questo punto è: perché quasi sempre continuiamo a permettere che questa media la scelga il caso?
Ad un certo punto della vita arriva il momento di scegliere.
Di far entrare chi ci nutre.
Di scegliere chi far restare.
E di lasciare fuori, senza sensi di colpa, chi non risuona profondamente con noi.
E non per mancanza d’amore, chiaramente, ma per rispetto verso se stessi.
E per me, questo momento è arrivato negli ultimi due mesi.
Questa è presenza.
Questa è individuale responsabilità emotiva.
Voler bene è un sentimento.
Scegliere chi tenere accanto è un atto di lucidità.
Sempre con Amore
Monica


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