Ci sono momenti in cui la Vita non bussa.
Ti sfonda la porta.
E mentre tu pensi di essere nel bel mezzo di una “rogna da sbrogliare”, lei (la Vita) ti sta, in realtà, solo guarendo.
Così è arrivato anche per me quel BAAM.
Un “gavettone di pus” — così lo ha definito il ginecologo che mi ha operata poco più di una decina di giorni fa — un ascesso installato proprio lì, nell’ovaio destro e nella tuba, come la luce di un allarme che lampeggia su un varco sacro.
Un luogo di passaggio, di creazione, di vita che prende forma… dove il corpo genera e lascia fluire.
Come se volesse dirmi forte e chiaro:
“Qui non passa più nulla da troppo tempo. Ora basta. Ora è tempo di guarire.”
E la cosa dolcissima è che è un po’ come se la Vita avesse scelto il punto stesso in cui avevo smesso di “lasciar passare” per mostrarmi la guarigione.
All’inizio, nella settimana prima di vedermi costretta ad andare in pronto soccorso, l’ho vissuta come una vera e propria rogna.
Mi piegava in due, mi costringeva a fermarmi, a rinunciare ai programmi, ai ruoli, alle corse.
Ma mentre respiravo sul dolore (vi invito a provare… e poi ne parliamo…), qualcosa in me cominciava a sciogliersi.
E ho capito che non era una punizione, ma un richiamo.
Un rito d’iniziazione travestito da “problema medico”.
Infatti, negli ultimi due giorni, sono arrivati i segni, come piccoli avvisi magici:
…un messaggio di gratitudine e amore da un’amica che non sentivo da un po’;
…un impegno apparso dal nulla su Google Calendar, mentre ero in attesa in pronto soccorso, che diceva: “pellegrinaggio di purificazione fisica e spirituale”;
…una data che tornava dopo 19 anni, a ricordarmi un passaggio uguale e inverso;
…una cliente che vedeva accanto a me una figura che mi toccava la testa durante una videochiamata.
Insomma…
la Vita mi stava parlando in codice, ed io… ho iniziato ad ascoltare.
Il lato destro: quello dell’azione, del mondo esterno, del maschile.
Lì dove avevo sentito il peso di essere fraintesa, di non essere rispettata nei miei valori di giustizia.
Lì dove avevo costruito barriere per non soffrire più, finendo per chiudere il passaggio anche alla Grazia.
La Vita, con la sua spettacolare ironia, ha scelto questa modalità per ricordarmi che nessun fuoco guarito si accende a caso.
Ogni febbre è una purificazione.
Ogni dolore, se lo ascolti davvero, ti scava solo fino al livello della verità.
Mentre il corpo si occupava di contenere l’infezione, io stavo accanto a me.
Come un’amica, la mia migliore amica… con Amore.
Sono rimasta lì, con me, senza fuggire, senza colpevolizzare, senza negare.
Mi sono tenuta per mano. Letteralmente.
Mi sono chiesta cosa provavo, se avevo paura, se avevo bisogno di una coperta, se volevo chiamare qualcuno per dirgli cosa stavo vivendo…
E ho detto, con ferma solennità: “Ci sono io. E questo mi basta. Restiamo io e te.”
È stata forse la prima vera alleanza con me stessa.
E da lì, piano piano, sono entrata in una dimensione spazio-temporale diversa… sopra e contemporaneamente dentro alla realtà di prima.
Si è riaperto un “fiume antico”.
La rabbia sedimentata, il dolore mai pianto per davvero, le parti rinnegate della mia storia — tutto è emerso per essere visto, accolto, lasciato fluire e poi reintegrato.
Il lato destro del corpo, quello del fare, del mondo esterno, del maschile ferito…
si stava finalmente riconciliando con la mia femminilità guaritrice.
Anche se da donna non più fertile, il mio femminile ha generato e guarito.
Un viaggio spettacolare che, per molti aspetti, resterà in qualche misura inenarrabile.
E mentre curavo il corpo, si aprivano altre guarigioni.
Perché, come in ogni guarigione vera, non si è limitata al corpo.
È stata una bonifica dell’anima.
Ho reincontrato persone e colleghi che non vedevo da anni, come se la Vita avesse voluto chiudere i cerchi rimasti aperti.
Sono tornata nei luoghi da cui ero scappata con amarezza otto anni fa — e li ho trovati diversi, o forse sono io ad esserlo diventata.
Là dove una volta sentivo rancore, ora c’è solo una dolce, matura e amorevole pace.
Una pace semplice, vera.
Una pace che non ha bisogno di parole, perché ha ritrovato il senso.
Come se drenando quell’infezione avessi drenato anche le memorie di ciò che avevo trattenuto.
E poi, ad un tratto, è accaduta la vera alchimia, qualcosa che non avrei mai immaginato:
ho fatto pace con la mia storia.
Con quella parte di me che avevo rinnegato, ferita da un sistema che sentivo disumano.
Con la mia professione di infermiera, che per anni ho sentito come una ferita aperta.
Ho capito che non era la mia professione a farmi male, ma il mio modo di viverla.
Oggi posso dirlo: ho guarito anche il mio modo di curare.
Ma quell’amore per la cura, per la Vita che guarisce, non è mai morto.
Si era solo ritirato un po’, si mostrava in altra forma, in attesa che fossi pronta.
E così, dentro quel ruvido letto d’ospedale, ho sentito tutto riunirsi:
l’infermiera e la terapeuta, la donna e la bambina, la scienza e la coscienza.
Non più in guerra.
Non più in frammenti.
Solo io, intera.
Ogni guarigione è un ritorno all’origine.
Ed io, in questo viaggio, ora sono proprio tornata a casa.
Non quella fatta di muri, ma quella fatta di carne, anima e verità.
Oggi guardo la mia pancia e quel piccolo foro che ancora non è diventato cicatrice — quello dove fino a qualche giorno fa c’era il drenaggio — come una sutura luminosa, il punto preciso dove il corpo e l’anima hanno fatto pace.
È la mia firma sacra, la testimonianza che ogni dolore può diventare una porta, e anche un portale.
Perché a volte, per riaprire il cuore, la Vita deve prima farti un po’ male.
E tu puoi solo arrenderti, lasciando che il dolore diventi evoluzione e guarigione.
E se ci penso bene, tutto era già stato annunciato dai segni.
Dovevo solo restare presente durante il processo.
Perché sì, guarire è questo: restare.
Restare accanto a se stessi quando il corpo parla la lingua dell’anima.
E tu, tu che stai leggendo…
Hai mai sentito il tuo corpo parlarti così forte da non poter più far finta di niente?
Ti chiedi mai dove stai trattenendo le tue emozioni?
O in quale parte di te la Vita ti sta chiedendo di lasciar fluire ciò che hai bloccato?
Mi piacerebbe tanto che la prossima volta che senti un dolore — qualsiasi dolore — invece di combatterlo subito, lo ascoltassi… come fosse un messaggero.
Forse scopriresti anche tu che il nostro corpo parla… e non per punire, bensì per purificare.
Sempre con Amore,
Moni


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