Nei miei ultimi anni come infermiera, mi sono dedicata all’assistenza domiciliare di malati oncologici terminali. Nonostante sia stato un percorso faticoso, non privo di spine, è stato per me motivo di profonda crescita.
Ho “respirato” dolore ogni singolo giorno. Dolore in tutte le sue sfumature. Ed ho appreso una cosa che prima, seppure a stretto contatto con la sofferenza, il dolore e la morte, non vedevo con così tanta chiarezza: Esiste SEMPRE una profonda dignità nel dolore, a prescindere dal modo in cui si manifesta.
E’ quella forza silenziosa, spesso nascosta e travestita che si legge negli occhi di un essere umano che soffre, di chi è malato…e di chi muore. É la forza che nasce dalla consapevolezza di appartenere ad un disegno molto più ampio del piccolo squarcio che ci è concesso di vedere. E’ quella consapevolezza non conscia, di appartenere ad un universo che è molto più di ciò che vediamo. E quella dignità, molto superiore al piano fisico di dolore, può divenire vera forza. Perché ha un suo senso, può rivelare una sua ragione, un apprendimento celato, anche se fa male. Chiaramente, dipende da come ognuno sceglie di affrontarlo.
Buddha afferma che il dolore e la sofferenza si originano dal desiderio e che per liberarcene dobbiamo rompere i legami che ci tengono attaccati al desiderio. Il desiderio è quando la mente cerca soddisfazione e felicità nelle cose e/o nel futuro, invece di trovare gioia nell’Essere.
Gli esseri umani vivono nel dolore da molto, molto tempo. Da quando sono decaduti dallo stato di grazia e hanno perso la consapevolezza dell’Essere, iniziando a sentirsi separati dagli altri e dalla loro Essenza divina. In questo modo, il dolore è divenuto inevitabile. Perché hanno cominciato ad identificarsi con la mente e sono progressivamente divenuti spiritualmente inconsapevoli.
Ora: se, come è stato dimostrato dalle più recenti scoperte scientifiche, la sofferenza emotiva è una delle principali cause del dolore fisico e della malattia; se emozioni continuative e prevalenti come il risentimento, l’odio, la rabbia e la depressione sono tutte forme di dolore; se anche il piacere stesso contiene in sé il germe della sofferenza che si manifesta se e quando cessa… non vi appare ovvia la possibile soluzione?
A me si: prendere maggior consapevolezza di noi stessi, riconoscersi in chi indossa “i nostri abiti” e non con gli abiti stessi. Questo e solo questo può traghettarci nel percorso inverso. Può cioè, restituirci piena e cosciente consapevolezza di noi e condurci, come alcuni saggi e maestri del passato ci hanno sempre evidenziato, nell’Essere. Unica dimensione interiore dove regna davvero la pace.
C’è da rifletterci, non credete?

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